Morto un ergastolano, era tornato in prigione dopo mesi di domiciliari, potrebbe trattarsi di Covid

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Il siracusano Carmelo Terranova, 72 anni, è deceduto nel centro clinico del carcere di Parma dove era tornato il primo giugno dopo un mese trascorso ai domiciliari.

Ecco cosa è successo

Il suo nome faceva parte della grande lista di detenuti ai quali è stata concessa la detenzione domiciliare per difendersi dal Covid, lista che ha alzato un enorme polverone di polemiche. L’uomo era un soggetto a rischio per pregressi problemi respiratori e cardiaci, era inoltre affetto da anni da uno scompenso polmonare che lo costringeva ad indossare una maschera per l’ossigeno in ogni momento, era quindi una cosa risaputa che un eventuale contagio da Ccvid gli sarebbe stato fatale.

Terranova era stato mandato a casa il 30 Aprile scorso dal tribunale di sorveglianza di Bari per poi essere ritrasferito in cela a Parma, la struttura lì infatti è dotata di un cetro clinico dove l’uomo è stato ricoverato il 14 Agosto. Prima di questa situazione ha passato qualche anno al carcere Cavadonna di Siracusa che aveva diagnosticato la sua inadeguatezza per la vita in carcere, prima del decreto Bonafede che ne ha poi confermato la conseguenza, cioè il passaggio ai domiciliari.

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Per questo il legale definisce il suo ritorno al carcere “ Una decisione politica e non giudiziaria, presa sull’onda delle pressioni mediatiche. Non si comprende quale potesse essere la pericolosità di un uomo gravemente malato. Mi limito a riportare le parole che lo stesso Terranova mi ha ripetuto: ‘Stanno facendo la guerra a quattro vecchietti’”. Adesso si attende l’autopsia per capire le cause del decesso.

Un ambiente insostenibile

La recente emergenza covid ha portato al centro dell’attenzione la situazione deludente in cui versando i nostri centri penitenziari. Nelle scorse settimane in più di 20 istituti penitenziari sono stati registrati vari reati: evasioni, aggressioni, decessi ed emergenze sanitarie. Una realtà che non è stata causata dall’emergenza che stiamo affrontando ma che di sicuro è stata accelerata dalle condizioni di incertezza degli ultimi mesi. Il sovraffollamento delle carceri italiane da tempo preoccupa le organizzazioni, che si vedono obbligate a affrontare dure realtà che in assenza di investimenti e implementazione sono costrette a trovare misure alternative alla tipica detenzione, tutto questo è anche strettamente legato alla mancanza di personale in proporzione al grande numero di “ospiti” delle prigioni. Per questo motivo l’Italia è stata anche condannata dall’Unione Europa per viola ione dei diritti dell’uomo in quanto le condizioni dei detenuti sono degradanti ed al limite dell’umano.

Ci sono i criminali ma non ci sonno medici

Ed è qui che nasce l’emergenza sanitaria, quando la pandemia costringe i penitenziari ad adottare misure di sicurezza che necessitano di spazi per essere messe in atto. Secondo la SIMPSE (società italiana di medicina e sanità penitenziaria) il carcere è ancora territorio di scambio di svariate patologie ed infezioni, quadro aggravato dalla condizione per la quale il 70% dei detenuti soffra d disturbi psichici, di sieropositività o colpiti da Epatite C. Per questo son sempre meno i medici impegnati in questo campo, il rapporto medico detenuto è di 1 per ogni 315, un ipotetico contagio da covid quindi renderebbe l’intera popolazione penitenziaria incapace di proteggersi dalle conseguenze della malattia. Inoltre è facile notare quanto a livello organizzativo non vi siano aiuti strutturali, per l’acquisto di macchinari medici che se esistessero salverebbero la vita a migliaia di detenuti