Muore cadendo da un tetto e spaccandosi la testa: rinviate le udienze

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La tragica morte del 52enne Antonio Scifo, originario di Pozzallo, ha portato la Procura di Ragusa ad aprire un fascicolo nei confronti del suo datore di lavoro e del proprietario del capannone dove l’uomo ha perso la vita.

Oltre al danno la beffa, i risarcimenti dispersi

L’udienza preliminare si è tenuta ieri, giovedì 10 settembre, e durante il processo è stata ottenuta da parte dei legali della vittima la possibilità di verificare se il committente di lavori abbia responsabilità causali riguardo l’accaduto. A questo scopo il Giudice Dott. Andrea Reale ha incaricato il Dott. Gaetano di procedere con tutti gli accertamenti necessari, l’udienza è stata quindi rimandata al 14 gennaio 2021.

Alla tremenda notizia dell’ennesimo decesso sul lavoro, i sindacati di Ragusa (che avevano già suscitato più controlli riguardo alle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro) cercarono di far luce sulle reali responsabilità del caso. Attraverso il consulente Agosta la famiglia Scifo si è rivolta a Studio3AValore S.p.A.,che è una società specializzata nel risarcimento danni e nella tutela dei cittadini e delle famiglie. I due figli, la moglie i genitori della vittima non hanno ancora visto giustizia, tantomeno un euro di risarcimento.

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Le dinamiche del’incidente, nessuna protezione

La tragedia ha avuto luogo il 22 novembre 2018, nella zona industriale di Marina di Modica. La vittima stava lavorando in un capannone appena aggiudicato all’asta e si occupava di ristrutturazione, in particolare quella mattina aveva l’incarico di applicare una guaina cementizia su tetto dell’edificio. All’improvviso il cemento di cui il tetto era formato ha ceduto sotto ai suoi piedi e l’uomo è precipitato per circa 10 metri: l’impatto della testa contro il suolo non gli ha dato scampo, Antonio è morto sul colpo.

Nessuno assume le proprie responsabilità

Il titolare della dell’impresa è iscritto nel registro degli indagati, dalle prime indagine l’inchiesta avvenuta successivamente non ha fatto altro che confermare le sue responsabilità e da queste conclusioni il magistrato lo ritenne responsabile, rinviò quindi il suo giudizio per i reati di “omicidio colposo, con l’aggravante della violazione delle norme di sicurezza sul lavoro”.  Al datore di lavoro invece viene contestato per la negligenza, l’imprudenza e per non aver controllato prima la resistenza del tetto, e per non aver predisposto alcun dispositivo di protezione individuale anticaduta. I suoi legali però lo definiscono estraneo alla vicenda e non hanno fornito nemmeno le coperture assicurativa dell’azienda.